2008 10 Articolo Repubblica: Sangermani, l´artigiano della nautica "Aspetto ancora la barca perfetta"

Da NAUTIPEDIA.

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testo:

Il personaggio

Sangermani, l´artigiano della nautica "Aspetto ancora la barca perfetta"

di Bettina Bush

Cesare, ultimo erede del fondatore Dorin, lancia la sua sfida un mercato che ha messo la tecnologia al centro del lavoro

sangermani2.jpg Cesare Sangermani ama il mare e la velocità. Arriva in cantiere, a Lavagna in sella a una moto Ducati, 1000 di cilindrata, avvolto in una tuta di pelle: look decisamente giovanile nonostante i sessant´anni ben portati. Cesarino per gli amici, da non confondersi con il padre Cesare, oggi è rimasto l´unico rappresentante della famiglia, insieme ai due figli e alla moglie, alla guida dei Cantieri Sangermani, fondati a fine Ottocento da Ettore, il mitico "Dorin".

Allora Dorin, impiegato comunale delle Ferrovie Statali, si dedicava solo durante il suo tempo libero, per hobby, alla costruzione di lancette, derive e gozzetti. «Non aveva il carattere dell´imprenditore - racconta Cesare - era un uomo tranquillo che aveva la sicurezza del posto fisso. Aveva cominciato a fare barche per il gusto di maneggiare l´ascia e il legno: era un vero artigiano, autodidatta, spinto dalla passione del mare. Amava costruire. Allora c´era la monarchia, lui era repubblicano, anticonformista. Pensava all´azienda soprattutto come ad uno sbocco futuro per i figli»

Cesare e Piero lo affiancarono presto nel lavoro che nel frattempo non era più solo un hobby per riempire il tempo libero. Intanto lo spazio era diventato insufficiente e i cantieri si spostarono in un primo tempo a Rapallo e poi a Riva Trigoso. Le barche diventavano sempre più grandi e proprio a Riva è stata realizzata un´imbarcazione di quaranta metri per l´arcivescovado di Genova. I due fratelli, Piero e Cesare erano diversi di carattere, ma complementari: Cesare era l´uomo delle pubbliche relazioni, mentre Piero costruiva.

E poi che cosa accadde? «I cantieri sono passati a mio cugino Ettore e a me. Mio padre avrebbe voluto farmi entrare subito in azienda dopo le elementari, ma io, spinto dai pianti della mamma che voleva vedermi diplomato, lottavo per continuare gli studi. Forse era puro spirito di ribellione, non sono mai stato un gran studioso. Paradossalmente mio padre voleva destinarmi alla parte amministrativa che è quella che ancora oggi odio. Dal 1986 sono rimasto solo in azienda con i figli e la moglie. Ho liquidato la parte della famiglia che si era ritirata e ho dovuto affrontare anni durissimi».

Perché? «Ero sempre sul filo del rasoio, anche se lavoro ce n´era, non mi rendevo conto, come diceva un mio caro amico, che gli interessi passivi corrono anche di notte. Ricordo che mio padre mi diceva sempre: "Le società si fanno sempre in numero dispari, inferiore a tre. Cioè da solo"».

Intanto il lavoro era anche cambiato.

In che modo? «Negli anni Sessanta avevamo 150 persone che lavoravano per noi, e 13 barche in costruzione, nell´86 una settantina e oggi forse intorno alla quindicina, e una sola barca in costruzione, se capita. Gli altri lavori sono soprattutto ristrutturazioni, come quella che stiamo trattando di un motorsailer, il BARONITA, acquistato da un russo, che si dice fosse stata anche di Walt Disney».

Avete costruito tante barche. Ce n´è una rimasta nel cuore? La barca perfetta? «La barca perfetta non l´ho mai fatta. L´aspetto sempre. Negli anni Cinquanta, una nostra barca, CHIAR DI LUNA, ha vinto il Fastnet, la regata più lunga e faticosa dell´Atlantico e ci aveva aperto al mercato internazionale. Poi ci sono state Stella Polare della Marina Militare Italiana, GITANA IV di Rothschild, che oltre a vincere Fastnet ha stabilito un record di velocità, poi il mitico catamarano OTTOVOLANTE e il mio ARTICOLO V. Ci sono tanti ricordi di tante barche. Tutte hanno qualcosa di bello».

Ieri soprattutto artigianato e oggi tecnologie sofisticate. Com´è cambiato il lavoro della cantieristica nel corso degli anni? «Non direi che la frattura sia così netta. Si usano sempre materiali antichi come il legno e bisogna aver esperienza su come trattarlo e quasi tutti quelli che lo sapevano maneggiare bene, oggi sono morti. Il legno è qualcosa di vivo, mutante, è sempre un incognita. Bisogna saperlo condurre e non pretendere di dominarlo. Non sarà mai quello che ci aspettavamo. Adesso ci sono i nuovi materiali che sono di grande aiuto, leggeri e resistenti. Ma non servono i maestri di una volta. Sono materiali più facili. Nel 78 abbiamo fatto il GUIA 2000 per Giorgio Falck. La prima barca fatta in nido d´ape d´alluminio, molto leggera e rigida. Ha vinto parecchio. Poi è stata la volta del ROLLY GO che ha fatto il giro del mondo».

Come ricorda Giorgio Falck? «Era simpaticissimo, un discreto tecnico dal punto di vista delle intuizioni costruttive e un uomo di mare. Si assumeva le responsabilità di quello che faceva. Era anche un uomo difficile, un po´ viziato dalle abitudini di una famiglia ricca».

Cosa consiglia per il futuro dell´azienda ai due figli Giacomo e Filippo? «C´è sempre un salto di generazione. Io mi rendo conto di esser più legato alla tradizione. Mi ricordo che le stesse cose accadevano tra me e mio padre. Io mi ostino a non buttare mai via niente. Loro invece rivoluzionerebbero tutto»